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PERSONE
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Le sfide di un sistema integratoPERSONE SENZA DIM

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Persone senza dimora.
Le sfide di un sistema integrato

A cura dell’Ufficio Studi e Progettazione
dell’Area Ascolto e Accoglienza
e-mail: [email protected]

CARITAS ROMA
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Finito di stampare: novembre 2018
Stampa del documento finanziata grazie al fondo CEI
8x1000 “La casa nelle stelle”

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riconoscersi come persone che hanno un valore, una dignità, la possibilità di far
parte di una comunità. L’azione deve essere compiuta informando la cittadinanza,
soprattutto nei quartieri interessati, dell’operato svolto anche mediante campagne
informative (PARONI, 2003, pp. 486-487).

La qualifica di bassa soglia descrive le modalità di fruizione del servizio proposto;
non indica quindi la complessità dell’intervento, che al contrario generalmente
aumenta con l’abbassarsi della soglia, ma si riferisce alla posizione dei beneficiari
di fronte alle risorse materiali e relazionali erogate. Nel lavoro di strada, la soglia
di accesso è la più bassa possibile: non vengono richiesti requisiti di alcun tipo
né comportamenti precisi da tenere; al contrario, l’intervento si realizza senza che
venga esplicitamente richiesto con la finalità di far emergere il disagio sommerso.
La bassa soglia coincide infatti con un livello basso o assente di consapevo-
lezza e auto-percezione del bisogno, che spesso comporta di conseguenza una
propensione pressoché nulla al cambiamento. In questa situazione, apparente-
mente di stallo, «l’operatore si pone in un processo di conoscenza in itinere attra-
verso il quale potrà fare emergere i bisogni inespressi o sommersi dei beneficiari
individuando le strategie migliori per soddisfarli o per attivare processi territoriali
volti alla loro soddisfazione» (AA.VV., 1995, p. 84).

La graduale realizzazione di una relazione a legame debole è l’asse portante a
partire dal quale valutare la qualità dell’intervento su strada. Si tratta non certo
di relazioni superficiali ma al contrario di relazioni non giudicanti, non normative,
estremamente flessibili negli obiettivi e nei percorsi ipotizzati, fondate sulla riser-
vatezza e anche sulla segretezza, a causa delle problematiche che potrebbero
emergere.

La cornice metodologica entro cui si pongono le azioni delle UdS è lo sviluppo
di comunità. Con tale espressione si fa riferimento ad una serie di interventi
che hanno come finalità principale la costruzione o la ricostruzione del tessuto
sociale locale in ottica comunitaria, la responsabilizzazione degli attori territo-
riali, la messa in rete delle risorse, la promozione e il coordinamento di iniziative
che nel tempo possono anche divenire autogestite. In questi termini, le UdS non
hanno come beneficiari privilegiati solamente le singole persone senza dimora ma
anche il contesto diffuso entro cui le forme di deprivazione grave emergono; l’ap-
proccio da perseguire è quindi sistemico perché affronta le problematiche perso-
nali come espressione non di devianza individuale ma di disarmonie del corpo

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sociale, partendo da una prospettiva contestuale e relazionale (cfr. per esempio
l’approccio proposto in DONATI, 1991 e FOLGHERAITER, 1998).

Compito dell’operatore di strada è facilitare il cambiamento nel momento in cui si
attiva la motivazione del beneficiario (cfr. ZAMPETTI, 2016, p. 83) ma anche della
comunità locale, non sempre disposta ad accogliere ed integrare, a coinvolgersi
e a dialogare.
In questo senso l’operatore deve mantenersi in relazione con i singoli e con il
contesto senza avanzare proposte che si ritengono migliorative; gli obiettivi
successivi sono fondamentalmente attivabili solo dopo che si sia raggiunta una
buona accettazione reciproca (della persona emarginata, degli operatori sul terri-
torio, della vision dell’intervento, delle esigenze dei cittadini).
In questa tipologia di servizi assume così un’estrema importanza la variabile
“tempo”: «prestare attenzione ai tempi di vita degli attori della strada (che perdono
tempo) con la capacità (per noi operatori) di imparare a sintonizzarci sul tempo
della strada (imparare a perdere tempo)» (CASTELLI, 2007, p. 264).
Soprattutto quando si tratta di persone senza dimora ormai “cronicizzate” in
strada, infatti, l’intervento richiede spesso tempi lunghi: «il servizio si sposta
dove il beneficiario vive la propria quotidianità e non cerca di conformare a
sé l’utente proponendogli un ingresso strutturato in un processo ma lo inter-
cetta così com’è. Nel momento in cui si stabilizza l’incontro con la persona e si
instaura un processo di accoglienza e cambiamento potrà iniziare la progetta-
zione di una proposta: l’accompagnamento della persona nella ricerca di una
strada che possa far fronte ai propri bisogni attivando le risorse potenziali»
(ZAMPETTI, 2016, p. 79).
Nel lavoro in strada, che rientra a pieno titolo nel sistema integrato per persone
senza dimora, «la logica dell’intervento si capovolge passando dall’intenzionalità
della richiesta di aiuto promossa dal beneficiario che si rivolge al servizio all’in-
tenzionalità dell’offerta promossa dall’operatore alla ricerca dei beneficiari del
territorio» (Ibid., p. 79). L’apparente immobilità, che risponde alle condizioni di
partenza delle persone estremamente vulnerabili, in cui si sommano una serie
a volte sconcertante di violenze e processi di esclusione, di fatto viene spesso
interpretata come una “resa” di fronte ai casi difficili o, peggio ancora, come
una forma di connivenza, di collusione o di facile buonismo. In realtà si tratta
dell’applicazione pratica del principio della riduzione del danno. La strategia di
intervento è ancora una volta quella della mediazione, per cui si possono fissare
alcuni obiettivi prioritari che vanno dalla conservazione della vita (si pensi al

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G. è una di noi da tantissimi anni, solo che ha vissuto di più, sofferto di più, pianto di meno.
Perché oltre un certo livello di dolore non si riesce neppure più a piangere. Ma quando dipinge
lo fa a colori, narrando, senza bisogno di parole, una speranza ancora possibile.

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